Pietro Toselli

Pietro TOSELLI di Giovan Maria nato a Peveragno nel 1856 (via Pecollo, ora via Abate), figlio di Teresa Bottasso (donna di grande fede e integrità di costumi, francescana, pazientissima nelle pene di una vita piena di difficoltà) era cresciuto alla scuola del padre, carattere aspro ma sincero.
Molto amato dalla sorella maggiore e dal fratello (divenuto psichiatra valente) che lo avevano avviato verso la vita, fece una rapida carriera per la forza del suo ingegno e l’applicazione costante.
Sottotenente di artiglieria nel 1878, capitano nel 1887. Durante la licenza dell’agosto 1883 si era prodigato a Casamicciola fra i colpiti dal terremoto. Con filiale pietà aveva assistito personalmente i genitori morenti (nel 1886 e 87) ottenendo da entrambi sul letto di morte una commovente benedizione.
Era andato per la prima volta in Africa nel 1888, partecipando nell’anno seguente con i Generali Baldissera e Orero alla occupazione dell’altipiano di Asmara ed a ricognizioni nell’interno (Gheraltà) con uno Squadrone Esploratori. Ne aveva tratto preziosi elementi di giudizio per la sua formazione svolgendo lavori pregevoli di studio topografico.
Risale a questo tempo la fondazione di Nuova Peveragno (16 novembre 1889) come villaggio destinato alle donne e ai bambini dei suoi “ragazzi d’oro” eritrei. In ricompensa era stato decorato con la Croce di Ufficiale Mauriziano, concessa per meriti essenzialmente di pace.
In seguito tornato in Italia fu trattenuto alle dipendenze del Ministero per 3 anni. Nel marzo 1894 aggravandosi la crisi dei rapporti italo-abissini fu rimandato in Africa e assegnato al comando del IV° Battaglione Indigeni (reclutato fra gli ascari, discendenti di antiche popolazioni musulmane) destinato a diventare presto famoso per l’affiatamento che possedeva sotto un comando amorevole ma saldo e intelligente.
Fu in questo periodo che il Battaglione adottò una piccola orfana abbandonata per poterla collocare in un ospizio di suore francesi di Massaua e gli ascari deposero nelle mani del Maggiore la somma di mille lire corrispondente a settimane della loro paga. Ma poi la situazione peggiorò, la guerra incalzava e il villaggio di Nuova Peveragno (rivisto con tanta gioia da Toselli al suo ritorno in Africa) poco per volta si riduceva alla sola caserma.
Nel dicembre 1894 Batha Agos, signore dell’Oculè-Cusai, si ribellò facendo prigioniero il Ten. Sanguineti a Saganeiti. Toselli con il suo Battaglione mobilissimo e allenato, in due giorni di marcia investì la cittadina del ribelle, preceduto da una fama già temibile perché Batha preferì prevenirlo con la fuga. Liberato il Ten. Sanguineti, proseguì su Halai, dove affrontò il ras in battaglia, e lo sconfisse con una splendida azione (18 dicembre 1894) che restituì a tutto il territorio la tranquillità. L’opera di Toselli si perfezionò da questo punto in una vasta campagna di pacificazione nell’Agamè, e nell’Oculè-Cusai, quella che servì a dargli fama di uomo giusto e buono in un raggio molto vasto e tra popoli diversi.
Si racconta a questo proposito l’episodio (da lui riferito) della pietra. Costretto a far da giudice fra due accaniti avversari di cui uno pretendeva una forte somma che gli era dovuta, ma l’altro non aveva nulla e chiedeva invano una dilazione intimorito dalle leggi (che lo avrebbero messo alla mercè del creditore quasi schiavo), Toselli invece di procedere con autorità preferì farli ragionare a lungo. Sentite le parti spedì il creditore a prendere una grossa pietra che con molta fatica costui portò nel mezzo della piazza dove si svolgeva il giudizio. Fattosi promettere ubbidienza e garantendo a sua volta al tigrino giustizia e protezione, Toselli gli comandò di spremere la pietra fino a farne uscire del sangue. Quando l’uomo ebbe obbedito (con stupore) il Maggiore lo portò a ragionare sul fatto che se non si può trarre sangue dalle pietre, non si può neanche trarre denaro da chi non ne ha. Poi fece cadere il ragionamento sulle vacche da latte e gli fece toccare con mano che se una mucca non ha latte oggi è inutile bastonarla, domani con un po’ di pazienza e trattandola bene ne potrebbe avere. Finchè il creditore accondiscese a dare una dilazione al suo avversario, e il Maggiore si preoccupò di procurare a quest’ultimo un guadagno perché potesse poco per volta pagare i debiti.
Queste «interminabili discussioni» (come egli le chiamava) prendevano a Toselli un tempo enorme eppure le faceva per «educare» quegli africani al ragionamento e indurli a scegliere degli espedienti pacifici per risolvere le loro questioni.
Il 13 gennaio 1895 a Coatti il Battaglione sostenne ancora una volta brillantemente il confronto con le truppe di Ras Mangascià, capo Tigrino, che tentava la rivincita di Halai, ma fu volto in fuga disordinata e inseguito nella rotta a Senafè.
Per le vittorie di Halai, di Coatit, e per l’opera di costruzione dei forti di Adigrat Saganeiti e Macallè proseguita nell’estate 1895 con alacrità incredibile e con risultati tecnicamente stupendi, data la scarsezza dei mezzi, gli fu concesso l’Ordine Militare di Savoia.
Con il passare dei mesi veniva sempre più frequentemente incaricato del comando di ricognizioni portate in profondità sul territorio abissino e si sfruttava il suo esperto giudizio che sapeva valutare rapidamente e scegliere fra le informazioni con un colpo d’occhio sicuro. Ormai l’avvenire della colonia dipendeva dalla sua presenza intelligente e tempestiva in quel settore delicato della frontiera e la rete di amicizie e di informatori che aveva saputo stendere e che manovrava formava un dispositivo di protezione efficiente. A Debra Ailà (9 ott. 1895) Toselli combatteva già in vista della catena montuosa di Alàgi.

LA BATTAGLIA di ALÀGI (7 dicembre 1895)

Con il IV indigeni (Compagnie Canovetti Issel Bruzzi Ricci) la Comp. Persico (del III) la centuria Pagella (del VI) la l.a Batteria (4 pezzi) del Cap. Angherà, e le bande di Ras Sebhat e di Scheich Thala (1800 uomini regolari, e 600 nelle bande, armati con il fucile Wetterly mod. 70) il Maggiore era giunto a Belagò (Ascianghi) il 27 novembre 1895 con l’ordine di sorvegliare le mosse dell’avversario. Ras Mangascià dopo la fuga aveva sollecitato l’aiuto degli altri capi e anche il Negus Menelich, rotte le trattative, pareva essersi accordato con essi. Una massa da 30.000 a 100.000 guerrieri gravitava verso nord vivendo con le poche risorse locali, e fra poco si sarebbe dovuta sciogliere o avanzare. La tensione coltivata ad arte tra le file cresceva. Il Maggiore sapeva tutto ma attendeva ordini. Suggeriva espedienti e poi taceva. La sera del 4 dicembre era ripiegato sul pianoro dell’Amba Alàgi (3430 metri) nell’Endertà, posizione dominante del passo omonimo (posto a 3.000 metri).
Ricevette da Ras Makonnen (il più abile e cavalleresco tra i ras) che si considerava suo amico un avviso in forma di consiglio: si ritirasse, perché egli doveva avanzare per lasciar posto all’esercito del Negus che incalzava. Toselli sempre in attesa di ordini non poteva ritirarsi ma sollecitò rinforzi dal suo generale (Arimondi) e si apprestò alla difesa.

Rispose al Ras con una lettera piena di fermezza dove fra l’altro diceva «ricorda che la partenza è nelle mani dell’uomo ma l’arrivo sta nelle mani di Dio». Frase che basta da sola a definire un carattere e riassume poeticamente i risultati di una meditazione tra le più attente dell’esperienza umana. Era (alla vigilia della sua fine) una lucida accettazione della volontà di Dio, presente nei disegni della storia, con il riconoscimento realistico ma prudente dell’apporto concreto che ciascuno può dare alle vicende, nel corso del loro sviluppo.
Durante la notte del 6 dic., sotto la tenda, il Maggiore dettò ancora al suo aiutante Ten. Bodrero una lettera dove diceva: «Sono molti, molti! A destra vedo i loro fuochi stendersi sul profondo orizzonte come per disegnare tre grandi colonne in marcia, a sinistra come di genti disperse.» (In realtà la proporzione sarebbe stata di uno contro venti).
Poi, mentre l’aiutante cercava di prendere un po’ di riposo il Maggiore uscì nella notte serena, si allontanò, e Bodrero ebbe l’impressione di averlo sentito cantare l’Ave Maria di Gounod (forse l’anima poetica di Toselli nel presentimento della morte avrà ricordato gli anni infantili e la madre: « se mai gli eventi contrari mi opprimessero – aveva scritto – ad una cosa ancora sempre crederei, alla felicità di riunirmi a lei nell’ultimo sonno », forse il padre, appassionato cantore come il nonno, che era stato organista di Santa Maria, e da bambino lo portava con se nelle sere suggestive del Giovedì Santo a cantare in Chiesa la «Passione» del Signore, con voce vibrante di commozione – proprio suo padre aveva voluto introdurre questa cerimonia tra le buone abitudini religiose di Peveragno – o la vigilia dei Morti i salmi di penitenza nel crepuscolo del camposanto). Quando dopo un lungo silenzio ritornò nella tenda pareva tranquillo e gli disse: Sandro domani il IV battaglione scriverà una pagina immortale della storia, lo sento!
Quella mattina (7 dicembre 1895) il Maggiore dispone le sue forze nel modo migliore e poi attende. Manda sulla sinistra le bande di Ras Sebhat (al colle di Falagà) e sulla destra quelle di Scheich Thala (al colle di Togorà). Tiene la Batteria al centro con la compagnia Persico, e fa avanzare le compagnie Canovetti e Issel verso la valle di Atzalà. Le altre truppe sono di riserva dietro l’amba.
Verso le ore 7 ad un gruppo di ufficiali pare di scorgere qualche movimento nella valle, verso il centro. Mentre tutti gli sguardi si fissano in quel punto il Maggiore trae di tasca l’orologio e dice (parlava sempre in piemontese) : «Sét e tre dés. Da si a tre ure ai ariva la colona d’Arimondi. Gnente paura. Ca tacu!». Poche salve della batteria respingono quella avanguardia. Mezz’ora dopo però una colonna molto forte (Ras Oliè) girando al largo investe la sinistra e quasi subito verso il centro spunta un’altra colonna ancora più numerosa (Ras Makonnen e Mangascià). La battaglia si impegna accanita.
La compagnia Canovetti perde ufficiali e retrocede. Ras Sebhat con le sue forze decimate ripiega sulla compagnia Issel. Sono le nove circa. Da destra si affacciano sul ciglio del burrone di Togorà le bande di Ras Alula che premono con irruenza incitate dalla presenza del Capo prestigioso che combatte avvolto nel suo mantello rosso. Solo la batteria riesce a mantenere ancora un certo equilibrio tra le parti. Poco dopo le 9 mentre la sinistra è sempre più in difficoltà irrompe sul centro un’altra forte colonna (Ras Micael). La situazione precipita di momento in momento. Il Maggiore fa intervenire sulla sinistra la compagnia Ricci che era di riserva, ma essa scompare fra la massa enorme de guerrieri scioani.
La batteria si sdoppia per fronteggiare la minaccia sulle due ali estreme, ma inutilmente, è assediata da vicino e sta per essere presa. Allora il Maggiore ordina che i superstiti ripieghino sotto l’Amba per addossarsi ad essa. L’operazione si compie nell’incalzare accanito degli avversari, e cadono quasi tutti gli ufficiali. Toselli fa avanzare la compagnia Bruzzi e la centuria Pagella (le sue ultime riserve) e dispone la ritirata per la via del Togorà (non vuole ingombrare quella di Alàgi dalla quale attende sempre dei rinforzi).
Ma l’avversario si è accorto del movimento e aumenta la pressione. Sono le 12,40. I guerrieri di Alula hanno interrotto la strada del Togorà e irrompono sulla spianata dell’Amba. Il maggiore pensa di essere stato aggirato da qualche colonna che abbia trattenuto i soccorsi e si appresta alla ritirata attraverso l’unica via che rimane.
Gli artiglieri cercano inutilmente di someggiare i pezzi, poi si sforzano di farli precipitare nel burrone del Togorà, riuscendoci solo in parte ed a caro prezzo. Due cannoni sono stati catturati e fra poco spareranno contro i nostri. Premuti da destra e da sinistra i superstiti che non erano riusciti a passare attraverso il colle di Togorà scendono penosamente dal passo di Alàgi, verso il vallone del Mescìc. Sono 500 metri di dislivello, strada pessima in forte pendenza, percorsi dal Maggiore e dagli ufficiali superstiti in coda alla colonna, incalzati dall’alto da decine di migliaia di guerrieri scatenati in preda alla più violenta esaltazione.
Giunto in fondo egli si arresta sfinito, e siede su una roccia. La discesa ha richiesto circa un’ora e frattanto anche i tre capitani che lo accompagnavano sono caduti. Dei 21 ufficiali uno solo (Bodrero) risulta vivo. Degli uomini regolari circa duecentocinquanta, gli altri 1550 sono caduti in quelle sei ore disseminati sulle pendici dell’Amba. Le bande ausiliarie si sono sbandate in preda al terrore e qualche altro superstite vaga per i monti.
Quando Toselli giunge nella conca di Endà Medani Além è ancora miracolosamente illeso, ma proprio mentre si arresta viene colpito una prima volta. Prosegue appoggiandosi a Negussiè, l’interprete che gli è affezionato fino alla morte. Presso la chiesetta copta della Madonna (Biet Mariam) che sovrasta il villaggio trova ad aspettarlo Bodrero, che ha con se un cavallo e vorrebbe farlo salire. Tutto è finito, non resta che andarsene rapidamente.
Ma il Maggiore non accetta. Contenendosi con sforzo ordina all’aiutante di partire subito con gli scampati e di andare incontro al Generale Arimondi per prevenirlo del pericolo e dirgli che è consigliabile per lui prendere posizione nelle gole di Aderat. Poi si volta e torna lentamente sui suoi passi, va ancora verso la montagna che risuona degli echi paurosi di voci selvaggie. Solo Dio può sapere (e giudicare) che cosa passa nel cuore di un uomo in momenti come questo.
Forse è il pensiero dei 1500 ragazzi che ha visto cadere e che amava teneramente, perché credevano in lui e nel suo stesso amore, forse è il bisogno dell’anima affranta, toccata da un dolore sovrumano, che sente il bisogno di non separarsi mai più da quel momento e da quel luogo di eroismo collettivo che ha travolto tutti nell’ebbrezza del sacrificio. Forse pensa semplicemente all’Italia. Comunque sia è certo che Toselli in quell’istante vuole dare alla sua vita il suggello di una testimonianza di fede nei valori dello spirito e pensa che deve restare con i suoi ragazzi per sempre.
Nessuno ne vide la fine, essa fu immaginata e qualche volta romanzata. Non lo meritava. Possiamo onestamente credere che fu degna dell’uomo e della sua fede. Cadde con lui nell’istante supremo qualcuno di quei figli d’Africa che avevano creduto di più nel bene diretto della sua presenza, ignari di altre cose, trattenuti dall’ammirazione e dall’affetto del loro cuore sincero, Negussiè, Ailé Mariam, Uolde Gaber, e pochi altri.
Verso le ore 17 i resti della colonna scampata avevano già raggiunto Arimondi, il generale che asserirà sempre di aver spedito nella notte precedente un ordine di ritirata che invece Toselli non ricevette mai.
Egli attese a piede fermo l’ondata dei vincitori ma non giunsero fino a lui che le avanguardie fanatizzate di Alula, e nella notte con una certa facilità potè ripiegare.
Quando Ras Makonnen (padre del Negus attuale Ailè Selassiè) nel tripudio di vittoria dei suoi fu reso certo della morte del comandante italiano (che ammirava) si rattristò con sincero rammarico. Ne fece cercare e ricomporre pietosamente le spoglie che seppellì vicino a quelle di altri quattro ufficiali italiani sul sagrato della piccola chiesa di Biet-Mariam non lontana dal punto dove erano caduti. Secondo l’uso abissino la salma giaceva senza cassa sul fondo di una buca scavata nella terra e coperta con una larga tavola nera di legno che recava dipinta la croce.
Poi i soldati del Ras avevano eretto un gran cumulo di pietre a protezione della tomba segno distintivo dei capi. Non solo ma il Ras fece cercare le reliquie di quei valorosi rimaste disseminate sul terreno e così raccolse di Toselli il berretto, l’orologio e il binocolo (con il quale fino all’ultimo egli aveva guardato verso la strada di Antalo per avvistare i soccorsi sperati) tutte cose che fece rimettere con molta cura alla famiglia (tramite il governo italiano) e che la famiglia lasciò in consegna insieme ad altri cimeli al Comune di Peveragno, testimonianza del grado di sensibilità morale di quei popoli che altri chiamava barbari.
Due anni dopo, come abbiamo già accennato, la salma di Toselli restituita alla Patria e accompagnata da una rappresentanza italiana (fra cui Bodrero) che era andata a disseppellirla a Biet Mariam, percorse nel ritorno dei territori che erano ancora pieni di echi e di rimpianti. Migliaia e migliaia di abissini si accalcarono nei villaggi attorno al muletto bianco che recava la piccola bara di noce coperta da un grande drappo nero per baciarla con rispetto. Dai conventi annidati sulle roccie che (come Debra-Damo) erano stati in passato altrettanti fortilizi di ribelli, scesero i monaci a coprire di fiori e riverire con preghiere quella bara.
Ras Mangascià la fece accompagnare da una scorta d’onore per tutti i 300 Km. del percorso e tributò alla memoria del suo avversario il titolo di Degiac d’onore dell’esercito del Tigrè. Il popolo gli dimostrò la sua riconoscenza considerandolo come un santo e attribuendo alla sua intercessione la pioggia che in quei giorni scendeva copiosa sulle campagne riarse dell’Agamè e del Cusai. Fu uno degli europei più amati che l’Africa avesse mai conosciuto. Sentimento? Certo. Ma più felici quei popoli e quei tempi che sono capaci di generosi sentimenti dell’anima (che piacere nell’aridità?). Purchè siano realistici. Il mondo certo non cambia se ci sono i sentimenti, ma ne cambia il senso.
A Massaua il Priore del Convento del Bizen diceva il 23 luglio 1897: “Certamente altri sono stati più grandi di Toselli su questa terra … ma egli vive sempre nei nostri cuori perché oltre ad essere valoroso, fu un uomo buono e giusto”.
T. Galimberti nel camposanto di Peveragno il 27 agosto 1897 mentre si deponevano le spoglie nella tomba di famiglia confermava: “Questo soldato venne a noi come simbolo di pace perché attorno alla sua bara non si udì un solo gemito d’ira ma rispetto e venerazione. Noi faremo un monumento per ricordare questo fatto! I nostri giovani scorgendolo da lungi impareranno come si ama l’Italia”.

…tratto dall’edizione commemorativa de “La Bisalta” – Stefano Bottasso – 1964